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“Contromano – il viaggio” e altre piccole storie

Carissimi lettori,

innanzitutto mi scuso per la lunga assenza, ma questo periodo è stato occupato dalla ridefinizione dei miei programmi per i prossimi mesi, in cui ricominceranno tutte le attività che sono solita fare, oltre al consueto studio matto e disperatissimo.

Come ho scritto nella presentazione del blog, vivo in un piccolo paese del Sud Italia, e tra le tante attività che svolgo durante l’anno c’è proprio quella di promuovere la cultura. In particolare ultimamente la Pro Loco (in collaborazione con la casa editrice Lilit Books) ha promosso un evento molto bello che si propone di portare a tutti il piacere della lettura: lo abbiamo chiamato Il Paese dei Libri e in questa occasione ho avuto l’onore di presentare un libro, un romanzo che avevo letto e mi era piaciuto davvero moltissimo. Si tratta di “Contromano – il viaggio” di Gianpaolo Colucci, un autore esordiente, che ha saputo dimostrare di avere una bella penna già dal suo primo lavoro.

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Lo scopo di questo post è recensire il libro ma da un punto di vista diverso sia da quello solito, che da quello che abbiamo tenuto nella presentazione, per offrirne un’ interpretazione del tutto mia e personale, un approfondimento di ciò che abbiamo detto io, Gianpaolo e il libro quando lo abbiamo presentato.

Innanzitutto di questo libro bisogna narrare il protagonista, Michele, un ragazzo che vive in una sorta di apatia, di paura della vita, delle situazioni, in tre parole: di essere sé stesso, che si ritrova a dover gestire un lutto doloroso, quello del padre, che da evento drammatico si trasformerà in leva propulsiva per il suo cambiamento. Se ci fermassimo alla situazione iniziale in cui versa Michele, noteremmo che è una comune a molti e che non solo spesso non si sa come uscirne, ma a volte non si sa nemmeno che si può/deve uscirne. Spesso chi si ritrova a farsi trasportare dagli eventi pensa che la vita sia essenzialmente questa e che non ci sia maggior felicità che quella portata dall’indifferenza. Gianpaolo non ha portato il suo personaggio alle estreme conseguenze, anzi, ha fatto intervenire prima la leva del cambiamento, ma a mio avviso se avesse voluto esplorare ed espandere di più questo aspetto di Michele, la situazione sarebbe mutata in modo tale che il suo personaggio avrebbe iniziato ad assomigliare a uno dei pazienti descritti in questo video:

in quanto ho notato spesso che le persone che hanno troppa paura di vivere, del mondo e del futuro costruiscono delle gabbie mentali da cui poi la mente, che anela alla libertà, vuole disperatamente uscire, il che può sfociare proprio in questo genere di disturbi.

C’è però un altro collegamento nel romanzo che riporta a questo video: quando un vecchio amico di famiglia, e in particolare di Mimmo, il padre di Michele, parla delle battute iniziali della relazione tra Mimmo e Rosaria (la madre del protagonista), sostiene di essersi arrabbiato con il suo amico sostanzialmente perché aveva investito troppo in quella relazione e perché non poteva “lasciarsi trascinare” dall’amore, doveva invece rincorrere i propri sogni. Gli altri sogni.

Come avete potuto intuire guardando il video, invece, Valeria Ugazio parlando proprio delle relazioni instaurate dalle persone fobiche sostiene che esse non riescono ad averne di durature e che non investono affatto in questo genere di relazioni perché ne hanno paura. Ecco, allora, che il discorso di questa grandissima professionista si intreccia con una delle note che avevo preso sul fianco della pagina: “La vera libertà non è avere infiniti spazi, ma armonizzare i propri spazi con quelli degli altri”.

Capiamo, quindi, che le relazioni (anch’esse grandi protagoniste di questo romanzo) sono fondamentali nella vita delle persone e ci aiutano a comprendere molto anche di chi le vive (e di chi le giudica).

Cos’altro dire su questo romanzo? Ciò che ho provato leggendolo mi sembra la cosa più indicata: è stato anche per me un viaggio verso la libertà, attraverso il suo Brasile io ho rivissuto i momenti salienti della mia vita e li ho colorati con tinte nuove. Ho riflettuto molto, ho riso e sì, ho anche pianto. I personaggi mi hanno messa in discussione, ho cercato di vivere nei loro panni, di comprendere le loro sensazioni, i loro vissuti.

Ecco, per me questo è il modo di leggere più bello, più “psicologico”, più funzionale e soprattutto più utile non solo per chi affronta (o affronterà) la professione di psicologo ma per chiunque, perché aiuta a sviluppare l’empatia e ci rende persone migliori, più capaci di entrare nella vita degli altri e di renderla migliore, che forse è un po’ anche il senso della nostra di vita.

Stelle: 4/5 perché la tematica bellissima è accompagnata da una scrittura scorrevole, si legge benissimo, va bene anche per chi in genere non ama leggere e può quindi anche essere l’esordio per un lettore. E poi la copertina da sola meriterebbe la standing ovation!

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Essere ed esserci, inizio di un’avventura.

Cari lettori,

non so voi, ma io adoro scrivere lettere. Sono tra quelle poche persone che ancora scrive di proprio pugno, a volte su carta pergamena addolcita da teneri fiori essiccati. Adoro le lettere perché esprimono qualcosa di personale, intimo, qualcosa che si svela piano piano, come quando due amanti si incontrano nel buio di una fredda notte invernale. Proprio per questo, perché sto per svelarvi qualcosa di intimo di me, vi scrivo una lettera. Il mio nome è Laura, in “arte” Lo PsicoTaccuino perché sono una studentessa di Scienze e Tecniche Psicologiche (il CdL triennale della laurea in Psicologia) e perché sarà di questo maggiormente che tratterà il mio blog, in modo un po’ scanzonato, fresco, in appunti, schizzi e pillole, come recita il mio “motto”. A queste tre parole, però, c’è un’aggiunta importante e che sicuramente differenzierà ciò che scrivevo nel blog precedente (ne avevo uno su Blogger) da ciò che scriverò qui. Sì, proprio quel “al femminile”. Donna, femmina (anche se a 22 anni dicono sia più indicato ragazza, eheheh) lo sono sempre stata, ma non sempre ho ritenuto questo essere un punto di forza, o comunque qualcosa che mi caratterizzasse più di tanto. Ultimamente, invece, la mia femminilità ha reclamato di avere l’importanza che merita, e io sono stata ben felice di accogliere questa richiesta. D’altronde è qualcosa che mi influenzava certamente anche prima, però forse in maniera diversa.

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“Ragazza di fronte allo specchio” di Pablo Picasso

Di me posso dire che quando mi iscrissi all’università avevo un’idea della Psicologia che era molto diversa sia da quel che la Psicologia è veramente, sia da quel che penso oggi di essa. In questi anni ho sviluppato alcune competenze personali e fatto qualche studio trasversale che mi hanno mostrato come la Psicologia non possa viaggiare da sola ma che debba sempre tener conto prima della persona (che sia paziente o terapeuta o cliente di corso di formazione, ecc…) e del poi del proprio passato, quindi della Filosofia. Penso inoltre che la Psicologia debba tener conto delle storie, perché non è importante solo quel che raccontiamo, ma anche come lo raccontiamo e della Storia, perché certamente siamo influenzati da ciò che ci accade. Inoltre sono un’appassionata lettrice e ho una ancora latente passione per il cinema e la musica, tutti spunti che possono calare i miei studi nel quotidiano e che mi fanno sentire ancor più soddisfatta di quel che faccio.

Sono italiana e provengo dal sud, un luogo pieno odori, sapori e colori di un’incontenibile bellezza. Dalla mia famiglia, dai vicini, dai parenti, dagli amici e da coloro che abitano i miei luoghi ho imparato il calore umano, l’ospitalità e la leggerezza. Non finirò mai di ringraziare chi mi è accanto per tutte le nuove scoperte che faccio ogni giorno.

Credo che l’amore e la libertà e la bellezza possano cambiare (e salvare) il mondo. Credo nella dolcezza e nella tenerezza.

Credo nei baci a colazione, nel tè delle 17 e nelle lasagne al forno.

Credo in Dio.

E un po’ anche nei sogni.

E voi?

Con affetto,

Laura.