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Medicina e filosofia: quale rapporto?

La filosofia è la madre di tutte le scienze, si sente spesso dire.

La medicina è una scienza e si occupa in particolare di studiare il corpo umano per garantirne la salute (o quantomeno fare il possibile).

Allora perché così raramente queste due branche del sapere vengono considerate indispensabili l’una per l’altra?

Per rispondere a questa domanda, un testo interessante da cui partire può essere “L’ottimo medico è anche filosofo?” di Sonia Cosio scritto con i contributi di Carmela Baffioni, Gaia Barazzetti, Chiara Cozzi, Federico Pennestri e Maria Teresa Russo.

Il volume fa parte della collana Scuola Filosofica della casa editrice Le Due Torri, che ha sede in Bologna e che è nata negli anni ’90 specializzandosi nell’editoria nell’ambito dei giochi e poi ha proseguito il suo cammino pubblicando anche altri generi di libri, come quelli legati alla spiritualità e alla filosofia.

Personalmente sono una lettrice accanita e mi interessano varie tematiche, ma non leggo tutto. Sono ben consapevole che ci sono libri di qualità e libri che non raggiungono determinati standard. Alcuni argomenti, invece, li evito accuratamente perché ritengo che serva una formazione specifica per affrontarli.

Nel caso di “L’ottimo medico è anche filosofo?” di Sonia Cosio sono stata ben felice che la casa editrice mi omaggiasse di questo volume perché sto studiando per diventare psicologa e l’ambito della psicologia e quello della medicina hanno molte cose in comune e ritengo che la riflessione filosofica sia fondamentale per qualcuno che voglia essere un buono psicologo.

Già nel sottotitolo di questo saggio troviamo qualche informazione in più sull’argomento trattato, o meglio, su cosa si concentreranno gli autori.

“Il proficuo scambio tra medicina e filosofia attraverso i secoli e le culture”, infatti, ci rende noto già dalla copertina che non si parlerà solo della medicina occidentale, ma anche dei contributi orientali e islamici.

Sostanzialmente il libro si divide in 6 capitoli che trattano diversi argomenti: il ruolo della filosofia nella pratica medica, la questione embriologica nel mondo antico tra medicina, filosofia, religione e diritto, le questioni etiche e sociali riguardanti il nuovo paradigma della medicina personalizzata, la medicina tradizionale cinese e la filosofia orientale, il contributo degli Ikhwān al-Ṣafāʾe un capitolo conclusivo sul diritto alle cure.

Ho trovato il libro scritto con un linguaggio curato ma non troppo tecnico e comprensibile a chiunque abbia una minima dimestichezza con i saggi e abbia interesse ad approfondire i temi della bioetica. Approfondire questi temi non è un qualcosa che possono o devono fare solo gli addetti ai lavori ma qualcosa di importanza fondamentale per la nostra società che ci pone dubbi da sviscerare ogni giorno su queste tematiche. Questa lettura si presta anche a suggerire come in ogni cultura ci possano essere diversi modi di pensare in merito a un tema, ma anche curiose similitudini.

Uno dei paragrafi più interessanti per me, dati i miei studi, è stato quello sul contributo degli Ikhwān al-Ṣafā sul tema delle malattie psicologiche. Davvero interessante scoprire come in una cultura diversa da quella occidentale si riconoscesse già l’importanza dell’equilibrio nell’esercizio delle passioni per ottenere l’equilibrio della psiche.

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Pubblicato in: Il Tribunale delle Fiabe

Il Tribunale delle Fiabe

Se c’è una cosa che unisce uomini e popoli, è quella di raccontare storie.

Storie belle e brutte, in genere con una morale.

Lo storia ha due scopi: divertire ed educare.

Premesso che anche la gioia è uno strumento per vivere (molto sottovalutato, purtroppo)  e che per questo, se anche la fiaba avesse il solo scopo di divertire non sarebbe poi così male, è pur vero che attraverso le fiabe si possono passare – soprattutto ai bambini – concetti molto importanti, che verranno sviluppati man mano nella vita adulta.

Negli ultimi anni le fiabe tradizionali hanno subito diversi scossoni.

La nostra società, purtroppo, cerca sempre più di abiurare qualsiasi elemento che possa definirsi “tradizionale” per timore del tradizionalismo, che oggettivamente non permette il progresso, dimenticando però che il suo contrario – il progressismo – non è una alternativa migliore, perché impedisce di cercare e trovare negli strumenti a nostra disposizione quelli essenziali e che possono essere ancora utili e fare da base per il nuovo.

In medio stat virtus, dicevano i latini.

Per questo recuperare le fiabe e il loro senso più bello e più vero mi sembra della massima importanza e per farlo all’interno del blog nascerà una nuova rubrica intitolata: “Il Tribunale delle Fiabe”. All’interno di questa rubrica analizzeremo le fiabe da diversi punti di vista e cercheremo insieme nuovi spunti di riflessione  da suggerire ai bambini, che possano essere loro utili nella società di oggi.

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La lettura non migliora proprio nessuno

“La stupidità si cura leggendo e il razzismo si cura viaggiando…”

Non ho mai sentito una frase più sciocca di questa, eppure sui social va particolarmente di moda. Forse dovrei premettere che sono un’amante della lettura, dei libri e di tutto il loro mondo (e anche dei viaggi…), ma che – pur riconoscendo il valore che tutto ciò ha dato alla mia vita – non lo considero un specie di sacro Graal che mi ha “concesso” di essere umana, come se dopo essere stata creata da Dio io avessi bisogno di aprire un libro o di visitare un luogo particolare per essere considerata umana. Indubbiamente la lettura PUÒ aprire la mente e il viaggiare PUÒ far conoscere e apprezzare altre culture diverse dalla nostra, ma non è detto. Dipende tutto da noi.

 

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Adolf Hitler mentre legge un libro

 

Questa foto testimonia senza bisogno di ulteriori parole che non è detto che essere dei lettori aggiunga umanità e che anzi chi legge potrebbe essere anche una persona profondamente detestabile, come un dittatore che apre dei campi di concentramento per eliminare altri esseri umani “colpevoli” solamente di avere una religione diversa dalla propria, un modo di fare o di essere diverso dai propri. Un’assurdità inaudita a chiunque conservi un minimo di raziocinio e umanità (nella nostra epoca, almeno…). Peraltro Adolf Hitler, essendo capo di Stato, sicuramente viaggiava molto e sappiamo anche essere stato un pittore, pur se escluso in gioventù dalla scuola d’arte che avrebbe voluto frequentare. Neanche la vena artistica può salvare la nostra umanità…

… a meno che…

… non siamo noi a sceglierlo.

Sì, noi possiamo scegliere. 

Una delle caratteristiche dell’essere umano in quanto tale è proprio questa, la capacità di scelta. Per quanto possiamo cercare di dire a noi stessi, anche tramite complesse teorie filosofiche e neuropsicologiche, che il libero arbitrio non esiste, che non abbiamo possibilità di scelta e che la vita è tutto un “destino già segnato” in balia di oroscopi et similia, dentro di noi sappiamo che non è così.

Più ignoriamo questa consapevolezza, più ci distanziamo da noi stessi e più soffriamo. Certamente questa è una situazione di comodo, che ci permette di non darci le colpe dei nostri fallimenti, ma alla lunga aggiunge alla nostra vita solo altri fallimenti e frustrazione.

La lettura, i viaggi e qualunque altra azione possono aprire la mente se siamo noi a deciderlo, se – per esempio – mentre leggiamo un romanzo ci sforziamo di cercare di comprendere quali sono le emozioni che il personaggio sta provando, ci chiediamo cosa avremmo fatto al suo posto, ecc… Un viaggio sarà tale se non staremo chiusi nel nostro mondo, ma cercheremo di comprendere le motivazioni e il sistema di pensiero che sottende la cultura che stiamo conoscendo, se andremo a mangiare nei ristoranti locali, se ci faremo coinvolgere dai colori, dai tessuti degli abiti che vengono indossati, dalle tendenze musicali, dall’arte di un popolo e da tutto questo ci faremo interrogare su noi stessi e la nostra cultura. Il confronto non è solo cambiare opinione, ma anche apprezzare quello che già si ha e sentirsi fortunati di averlo.

Ho sentito dire che se i ragazzi e, in generale, il popolo tedesco avesse conosciuto meglio le tradizioni ebraiche, lo sterminio non sarebbe mai avvenuto. Non lo so. So che possiamo scegliere chi essere e che ciò che ci renderà felici sarà essere in armonia con ciò che realmente siamo. E che ciò che siamo è una cosa bella, perciò saremo felici nella misura in cui saremo belli e porteremo bellezza.

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È tempo di essere generativi!

Quest’anno sarò più produttiva, promesso.

È una frase che mi ripeto tutti gli anni, e tutti gli anni aggiungo un tassello a questo obiettivo.

Ho anche comprato una nuova agenda settimanale, per inserire a incastro tutti gli impegni del nuovo anno. A me fa ridere che una persona che sta a casa quasi solamente per dormire voglia essere più produttiva, ma è così.

In realtà durante il mio percorso di crescita il focus si è spostato sempre più dalla produttività alla generatività. Il mio obiettivo annuale, quindi, è organizzare i tempi in modo da dare spazio alle attività più generative, cioè che fanno fiorire la mia anima e quella degli altri. Non è detto che siano attività considerate in genere piacevoli, anzi, anche e soprattutto il lavoro può essere considerato generativo, ma è vero che ponendo a un’attività il fine di essere generativa cambia anche il modo e lo stato d’animo con cui la si compie.

Un esempio più concreto di ciò che voglio dire è rappresentato dalla Parabola dei Tre Muratori che lo psicologo Luca Mazzucchelli racconta in un video presente sul suo canale You Tube.

Questa parabola mi piace per il bel messaggio che trasmette, ossia che lo spirito con cui compiamo una attività cambia completamente il modo di viverla ma anche perché credo fermamente che possano essere davvero generative di anime solo quelle attività che sono davvero vissute come vocazioni. 

La generatività può sembrare qualcosa di davvero altruistico, perché in genere la si intende sempre verso gli altri, come se fosse un compito che noi abbiamo nei confronti di qualcuno, ma è anche qualcosa che riguarda noi stessi, perché – e non è un mistero – quando generiamo, siamo allo stesso tempo rigenerati.

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Un fiore è segno di una bellezza che è stata generata dalla semina e dalla cura. 

 

Il mio 2019 sarà un “buon anno” se riuscirò a fare passi avanti in questo progetto generativo, se riuscirò a mettere le mie competenze a frutto per un progetto più grande, se le persone che incontrerò saranno edificate dalla mia presenza.

Se riuscirò a dire “ti voglio bene” più spesso.

Se riuscirò ad essere semplicemente me stessa.

 

 

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La storia ebraica che cambierà il tuo 2019 (e forse anche la tua vita…)

“Un uomo è stufo della sua vita con la moglie e i figli. La moglie lo domina e lo vessa, i figli lo disprezzano e gli ridono dietro. Si sente una vittima e pensa che sia venuto per lui il momento di cercare la Gerusalemme celeste, il paradiso. Dopo molte ricerche, trova un vecchio saggio che gli spiega la strada in dettaglio: il paradiso c’è, eccome, ed è nel tal posto. Bisogna fare parecchia strada, ma con un bel po’ di fatica ci si arriva. L’uomo si mette in cammino. Di giorno marcia, e la notte, stanchissimo, si ferma in una locanda per dormire. Siccome è un uomo molto preciso decide, la sera, prima di coricarsi, di disporre le sue scarpe già orientate verso il paradiso, per essere ben sicuro di non perdere la direzione giusta. Durante la notte, però, mentre lui dorme, un diavoletto dispettoso entra in azione e gli gira le scarpe nella direzione opposta…

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Le scarpe sul monumento Danubio Bank a Budapest, in Ungheria. Questo monumento è stato costruito in memoria degli ebrei uccisi dai miliziani fascisti Arrow Croce nella città durante la Seconda Guerra Mondiale.

… La mattina dopo l’uomo si sveglia, guarda le sue scarpe, che gli paiono orientate in maniera diversa rispetto alla sera prima, ma non ci fa troppo caso e riprende il cammino, che ora è nella direzione contraria a quella del giorno precedente: verso il punto di partenza. A mano a mano che procede, il paesaggio diventa sempre più familiare. A un certo punto arriva nel paese dove è sempre vissuto, che però crede sia il paradiso: “Come assomiglia al mio paese il paradiso”. Siccome è il paradiso, tuttavia, ci si trova bene e gli piace moltissimo. Poi vede la sua vecchia casa, che però pensa sia il paradiso: “Come assomiglia alla mia vecchia casa!”. Ma siccome è il paradiso, gli piace moltissimo. Lo accolgono sua moglie e i suoi figli: “Come assomigliano a mia moglie e ai miei figli! Qui in paradiso assomiglia tutto a quello che c’era prima”. Però, siccome è il paradiso, tutto è bellissimo. La moglie è una persona deliziosa, i figli sono straordinari, tutti sono pieni di qualità e aspetti che nel vivere quotidiano egli non avrebbe mai sospettato possedessero. “È strano come qui in paradiso tutto assomigli a ciò che c’era nella mia vita di prima in modo così preciso, ma allo stesso tempo tutto sia completamente diverso!”

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Perché una storia ebraica in un blog il cui tema principale è la psicologia? Per di più un blog gestito da una ragazza cattolica?

Questa è una domanda a cui la risposta è semplice – e no, non è quella che io mi stia convertendo all’ebraismo. Semplicemente e in prima battuta, non sono d’accordo con quella parte della psicologia e degli psicologi che vorrebbe che questa disciplina possa dirsi completa se e solo se riesce a escludere “l’ipotesi Dio” e se riesce a trovare soluzioni che facciano arrivare a un livello di benessere psicologico maggiore senza scomodarlo. Partendo da un punto di vista filosofico e scientifico questa ipotesi non può essere esclusa a priori né a posteriori, dunque una psicologia che non si apre a questo genere di domanda è – per forza di cose – miope. In seconda battuta, grazie ad alcune letture che mi sono capitate sottomano ultimamente, ho avuto la fortuna di scoprire alcune particolarità di altre tradizioni religiose diverse dalla mia e sono arrivata alla conclusione che, nonostante io abbia già una fede e un rapporto felice con Dio, posso imparare qualcosa da queste altre tradizioni, soprattutto sulla domanda comune a tutte: “Chi è l’uomo?”. Mettere a confronto le proprie risposte con quelle altrui aiuta a comprendere come sia possibile che l’altro la pensi diversamente. A volte pensiamo di farlo, ma spesso confondiamo l’empatia, cioè il mettersi umanamente nei panni dell’altro, con l’entrare nel suo sistema di pensiero, che è cosa ben diversa.

La storia – che non ho modificato – proviene dal libro “La forza della gentilezza” dello psicoterapeuta e filosofo Piero Ferrucci, di cui presto farò una recensione dettagliata ed è l’antitesi della storia della rana bollita, di cui parlerò sempre in un prossimo post.

Cosa possiamo imparare da queste poche – ma significative – righe?

Gli spunti di riflessione sarebbero molteplici, ma ciò che viene in mente a me è che spesso godiamo nel sentirci vittime di un mondo malvagio, nel dare la colpa agli altri, nel vedere nelle circostanze quel qualcosa che non ci permette di dare il meglio di noi stessi. In fondo questo modo di pensare è comodo, perché ci esime da quel lavoro su noi stessi che sarebbe necessario per essere felici. Si dice spesso che la felicità è di chi sa apprezzare le piccole cose e riesce a vedere qualcosa di bello anche dove sembra non esserci.

E se stessimo già vivendo il Paradiso – o una parte di esso –  e non ce ne stessimo accorgendo?

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La cosa più difficile da accettare è il blackout del cervello

Ebbene sì, a dispetto di tutti i discorsi fatti dalle aspiranti Miss Italia sulla pace nel mondo, l’assenza di quest’ultima non è la cosa più difficile da accettare. Insomma, ormai siamo abituati a vedere l’essere umano come una sorta di nano malefico e perverso, quindi il fatto che non ci sia la pace non ci stupisce neanche più, la vediamo una cosa normale e – anche se non lo diciamo in giro per evitare di essere considerati la brutta copia di Mercoledì Addams – non modificabile.

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Mercoledì Addams, icona della negatività e del mainagioia. Protagonista di una grande varietà di meme in giro per il web.

 

Questo quando ragioniamo a livello di massimi sistemi. Perché quando parliamo di essi ci riesce molto più semplice essere negativi, in fondo non ci tangono più di tanto.

Quando invece parliamo di noi stessi, anche se non ce accorgiamo, essere positivi risulta molto più semplice… pure troppo.

Noi non sbagliamo mai, la nostra vita è perfetta e se non lo è comunque è perché nessuna vita è perfetta e noi non abbiamo nessuna colpa di ciò. Questo suggerisce la nostra mente.

Quando gli altri sbagliano il metro è diverso, evidentemente sono persone diverse da noi, che – OVVIAMENTE – siamo i migliori e impieghiamo buona parte delle nostre energie mentali a cercare cause, concause, conseguenze delle malefatte altrui. Possibilmente senza cercare di aiutare chi disgraziatamente ha sbagliato e senza arginare le conseguenze dello sbaglio… perché chi sbaglia deve pagare fino all’ultimo spicciolo e il nostro ego deve potersi gonfiare a dismisura grazie agli sbagli altrui. Sennò non c’è gusto.

Finché… finché anche noi non sbagliamo. E di grosso pure. E davanti a quello sbaglio iniziamo a farci milioni di domande: “Come è potuto accadere?” “Perché proprio a me?” “Dov’era Dio in questo momento?” (e magari stiamo solo cercando la saponetta nel bagno…). A un certo punto della vita tutti hanno messo alla prova sé stessi, la propria mente, il proprio cervello e si sono resi conto che pur essendo una “macchina” meravigliosa è fallibile. Da questa consapevolezza possono partire due filoni diversi: uno è l’umanizzazione, l’altro la disumanizzazione del sé. Uno racconta che lo sbaglio crea comunione, mi rende come tutti gli altri, può essere perdonato e non è una ragione sufficiente per non essere amato e l’altro tutto il contrario.

Tu come vuoi vivere?

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La felicità è un amore che “ti manda a stendere”.

Per le immagini:

  • Mercoledì Addams: https://www.deejay.it/news/ricordate-la-piccola-christina-ricci-negli-addams-ecco-la-nuova-morticia/450677/
  • Ragazza che stende i cuori: http://fondazionezoe.it/2014/05/07/il-bisogno-di-felicita/
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Settimana del Cervello: le opportunità e i perché dell’edizione lucana

Carissimi lettori,

 

finalmente riesco a tornare a scrivere su questo blog. Ne sono molto contenta e felice, soprattutto per l’argomento che sto per proporre, ossia una iniziativa in cui si parla di cervello dal vivo. Sì, dal vivo.

Come chi mi conosce ben sa, vivo in Basilicata.

La Basilicata è una piccola regione italiana, che si trova a Sud. Ha una lunga storia e delle bellissime tradizioni, oltre a paesaggi mozzafiato e alla caratteristica ospitalità della gente del posto. Negli ultimi anni è salita agli onori delle cronache perché una delle sue province, Matera, è stata scelta come Capitale Europea della Cultura 2019. La gioia e il fermento dal giorno della nomina sono palpabili, ed è proprio in questo contesto che il nostro team ha deciso di proporre anche quest’anno l’edizione lucana della Settimana del Cervello.

Cos’è?

La Settimana del Cervello (Brain Awareness Week) è una celebrazione fuori dal comune e dagli schemi. La sfida globale lanciata dalla Dana Alliance for Brain Initiatives dà l’opportunità di concentrare l’attenzione sulle scienze del cervello e sull’importanza della ricerca in questo ambito.

In Italia la Settimana del Cervello è promossa da Hafricah.NET, portale di divulgazione neuroscientifica che da oltre dieci anni fa divulgazione dei più recenti studi del settore, attraverso la raccolta degli eventi su questo sito web.

da settimanadelcervello.it

Come avete potuto leggere, la Settimana del Cervello è un’iniziativa nazionale e internazionale, ma per raggiungere tutte le regioni italiane ha bisogno di referenti locali, così io, la Dr.ssa Lucia Carriero, la Dr.ssa Juliana Tamburini, la Dr.ssa Felicia Cerone, la Dr.ssa Simona Carmignano e il Dott. Daniele Lagatta, abbiamo deciso di creare un piccolo, variegato e affiatato team che potesse portare questo genere di evento nella nostra regione. Sin da subito ci siamo accorti di quanto potesse essere impegnativo e allo stesso tempo meraviglioso cercare di portare ai “non addetti ai lavori” le informazioni sul cervello e sulle nuove ricerche in maniera non solo semplice, ma anche divertente. Sin dall’inizio abbiamo deciso di puntare alla qualità e per questo motivo abbiamo proposto tre eventi diversi, ma tutti ben studiati: un neuro-café nei Sassi di Matera, un workshop sull’ictus a Nova Siri e un Open Lab neuroscientifico a Potenza.

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Il nostro team: al centro Dott. Daniele Lagatta, a dx dal basso io, la Dott.ssa Lucia Carriero, la Dott.ssa Simona Carmignano, a sx dal basso la Dott. ssa Felicia Cerone, la Dott.ssa Juliana Tamburini e la Dott.ssa Francesca Pierre (relatrice sui diritti del malato nel workshop sullo stroke).

 

Cosa può dare un simile evento alla Basilicata?

La Settimana del Cervello nella nostra regione può fungere da volano culturale, lavorativo e turistico, il che ha indubbi vantaggi in una realtà che, come abbiamo già detto, è salita agli onori delle cronache per le sue bellezze e la sua propensione ad essere terra di cultura. Esplorare la cultura neuroscientifica sul piano pratico può servire a migliorare la vita di tutta la società, sia per ottimizzare i servizi offerti in moltissimi campi – dall’assistenza alla ristorazione – sia per creare un polo culturale che sia fucina di talenti in questo campo. Le neuroscienze, infatti, sono un ramo della biologia e un campo del sapere particolarmente avvezzo alle “contaminazioni”, in quanto si avvalgono di conoscenze come quelle di matematica, fisica, chimica e statistica oltre che del contributo di discipline quali scienze cognitive, informatica, linguistica, ingegneria, filosofia e psicologia. Insomma, un settore in cui ogni talento (anche giovane talento) può esprimersi e trovare collocazione. Per quanto riguarda il punto di vista turistico, indubbiamente noi del team (e anche tutti coloro che hanno presentato eventi nei restanti luoghi della nostra terra) vogliamo che la manifestazione cresca insieme a noi e al territorio e che attiri da ogni luogo persone persuase che la Basilicata sia un vero e proprio punto di riferimento dal punto di vista dell’innovazione e della ricerca, per un turismo sempre più culturale e di qualità.

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Come si accede agli eventi?

Per accedere agli eventi, che sono gratuiti, è necessaria la prenotazione su  una piattaforma online (dati i posti limitati): Eventbrite.

I link sono i seguenti:

 

 

 

Per saperne di più potete visitare il sito nazionale http://www.settimanadelcervello.it (o la loro pagina Facebook: https://www.facebook.com/settimanamondialedelcervello/?ref=br_rs) oppure la pagina Facebook della Regione Basilicata: https://www.facebook.com/bawbasilicata/  o ancora restare sintonizzati su TRM 24 h nella giornata di oggi 14/03/2018 nei seguenti orari: 13:15 – 18:45 – 00:15 – 3:15 – 6:15, per un servizio di approfondimento in cui verranno intervistate la neuroscienziata Lucia Carriero e la neuropsicologa Juliana Tamburini che spiegheranno obiettivi ed eventi della Settimana, o domani 15/03/2018 in cui andrà in onda un servizio all’interno dei tg della stessa rete in cui a parlare della settimana sarò proprio io.

Buona BrainAwarenessWeek a tutti! Vi aspettiamo numerosi!

N.B. la foto di testata dell’articolo è di: cinematografo.it

Laura

 

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“Contromano – il viaggio” e altre piccole storie

Carissimi lettori,

innanzitutto mi scuso per la lunga assenza, ma questo periodo è stato occupato dalla ridefinizione dei miei programmi per i prossimi mesi, in cui ricominceranno tutte le attività che sono solita fare, oltre al consueto studio matto e disperatissimo.

Come ho scritto nella presentazione del blog, vivo in un piccolo paese del Sud Italia, e tra le tante attività che svolgo durante l’anno c’è proprio quella di promuovere la cultura. In particolare ultimamente la Pro Loco (in collaborazione con la casa editrice Lilit Books) ha promosso un evento molto bello che si propone di portare a tutti il piacere della lettura: lo abbiamo chiamato Il Paese dei Libri e in questa occasione ho avuto l’onore di presentare un libro, un romanzo che avevo letto e mi era piaciuto davvero moltissimo. Si tratta di “Contromano – il viaggio” di Gianpaolo Colucci, un autore esordiente, che ha saputo dimostrare di avere una bella penna già dal suo primo lavoro.

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Lo scopo di questo post è recensire il libro ma da un punto di vista diverso sia da quello solito, che da quello che abbiamo tenuto nella presentazione, per offrirne un’ interpretazione del tutto mia e personale, un approfondimento di ciò che abbiamo detto io, Gianpaolo e il libro quando lo abbiamo presentato.

Innanzitutto di questo libro bisogna narrare il protagonista, Michele, un ragazzo che vive in una sorta di apatia, di paura della vita, delle situazioni, in tre parole: di essere sé stesso, che si ritrova a dover gestire un lutto doloroso, quello del padre, che da evento drammatico si trasformerà in leva propulsiva per il suo cambiamento. Se ci fermassimo alla situazione iniziale in cui versa Michele, noteremmo che è una comune a molti e che non solo spesso non si sa come uscirne, ma a volte non si sa nemmeno che si può/deve uscirne. Spesso chi si ritrova a farsi trasportare dagli eventi pensa che la vita sia essenzialmente questa e che non ci sia maggior felicità che quella portata dall’indifferenza. Gianpaolo non ha portato il suo personaggio alle estreme conseguenze, anzi, ha fatto intervenire prima la leva del cambiamento, ma a mio avviso se avesse voluto esplorare ed espandere di più questo aspetto di Michele, la situazione sarebbe mutata in modo tale che il suo personaggio avrebbe iniziato ad assomigliare a uno dei pazienti descritti in questo video:

in quanto ho notato spesso che le persone che hanno troppa paura di vivere, del mondo e del futuro costruiscono delle gabbie mentali da cui poi la mente, che anela alla libertà, vuole disperatamente uscire, il che può sfociare proprio in questo genere di disturbi.

C’è però un altro collegamento nel romanzo che riporta a questo video: quando un vecchio amico di famiglia, e in particolare di Mimmo, il padre di Michele, parla delle battute iniziali della relazione tra Mimmo e Rosaria (la madre del protagonista), sostiene di essersi arrabbiato con il suo amico sostanzialmente perché aveva investito troppo in quella relazione e perché non poteva “lasciarsi trascinare” dall’amore, doveva invece rincorrere i propri sogni. Gli altri sogni.

Come avete potuto intuire guardando il video, invece, Valeria Ugazio parlando proprio delle relazioni instaurate dalle persone fobiche sostiene che esse non riescono ad averne di durature e che non investono affatto in questo genere di relazioni perché ne hanno paura. Ecco, allora, che il discorso di questa grandissima professionista si intreccia con una delle note che avevo preso sul fianco della pagina: “La vera libertà non è avere infiniti spazi, ma armonizzare i propri spazi con quelli degli altri”.

Capiamo, quindi, che le relazioni (anch’esse grandi protagoniste di questo romanzo) sono fondamentali nella vita delle persone e ci aiutano a comprendere molto anche di chi le vive (e di chi le giudica).

Cos’altro dire su questo romanzo? Ciò che ho provato leggendolo mi sembra la cosa più indicata: è stato anche per me un viaggio verso la libertà, attraverso il suo Brasile io ho rivissuto i momenti salienti della mia vita e li ho colorati con tinte nuove. Ho riflettuto molto, ho riso e sì, ho anche pianto. I personaggi mi hanno messa in discussione, ho cercato di vivere nei loro panni, di comprendere le loro sensazioni, i loro vissuti.

Ecco, per me questo è il modo di leggere più bello, più “psicologico”, più funzionale e soprattutto più utile non solo per chi affronta (o affronterà) la professione di psicologo ma per chiunque, perché aiuta a sviluppare l’empatia e ci rende persone migliori, più capaci di entrare nella vita degli altri e di renderla migliore, che forse è un po’ anche il senso della nostra di vita.

Stelle: 4/5 perché la tematica bellissima è accompagnata da una scrittura scorrevole, si legge benissimo, va bene anche per chi in genere non ama leggere e può quindi anche essere l’esordio per un lettore. E poi la copertina da sola meriterebbe la standing ovation!

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Come capire le donne con un libro (o quasi…)

Prima di iniziare questo post, faccio una premessa.

Io le donne non le capisco.

Non capisco perché facciano così tanta fatica ad amarsi, ma non facciano nessuna fatica a innamorarsi di uomini che (ammettiamolo) a volte sono dei perfetti imbecilli.

Non capisco perché spesso facciano la guerra tra di loro e non capisco perché a volte ingaggino guerre anche contro gli uomini, di quelle guerre che non servono a niente, se non a fare polemica (non parlo delle battaglie giuste, ovviamente, la parità è sacrosanta).

Allora, visto che pur essendo donna le donne non le capisco, ultimamente ho comprato un libro che mi ha fatto l’occhiolino dallo scaffale della Feltrinelli e che ha l’ambizione di far comprendere ai suoi lettori qualcosa in più su di esse, con un approccio piuttosto curioso, che possiamo scoprire partendo dal titolo e dalla biografia della sua autrice (una donna, sì!).

“Il cervello delle donne: capire la mente femminile attraverso la scienza” di Louann Brizendine è un saggio che inizia nel migliore dei modi: le prime tre pagine sono occupate da una descrizione (con immagine) delle parti del cervello che saranno nominate nel libro, degli ormoni coinvolti e delle fasi che il cervello femminile attraversa durante tutta la vita e questo ci fa già comprendere, se il titolo non fosse bastato, che l’approccio utilizzato sarà DAVVERO scientifico, considerata anche la mole di note e la corposa bibliografia che accompagnano lo scritto. D’altronde non potrebbe essere diversamente, dato che la Dr.ssa. Brizendine è una neuropsichiatra americana dell’Università della California, fondatrice della Women’s Mood and Hormone Clinic e specializzata nell’influenza degli ormoni sul cervello femminile. Gli argomenti trattati fanno parte di un verso e proprio percorso, dalla nascita alla vecchiaia, passando per l’adolescenza, il rapporto con l’amore e l’instaurarsi della fiducia, il sesso, la maternità e le emozioni.

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Una delle divertentissime vignette di Sketch and Breakfast

E così scopriamo che la differenza tra uomini e donne è rappresentata da un piccolissimo 1% a livello genetico ma che quell’1% è determinante per comprendere i modi diversi in cui uomini e donne affrontano la vita: le donne, in generale, tendono a usare più parole, a sentire le emozioni in modo diverso e a comprenderle prima anche quando le provano gli altri, il che consente loro di “leggere” nella mente altrui, specialmente degli uomini, anche cose che loro vorrebbero nascondere (come un tradimento) con maggior facilità, a chiacchierare, raccontarsi segreti e spettegolare per alleviare i momenti dolorosi della vita, ecc… gli uomini sono, invece, più razionali, tendono a pensare di più al sesso e ad avere una maggiore “intelligenza spaziale”… ma questo è l’argomento dell’altro libro della Brizendine: “Il cervello degli uomini” (che spero di comprare presto!).

Per non parlare di come le donne possano ricordare ogni minimo particolare di un appuntamento, persino come erano vestite, e persino se questo appuntamento si è tenuto 25 ANNI PRIMA. Insomma la Dr.ssa. Brizendine ci spiega, con un linguaggio scorrevole ma mai scientificamente scorretto, i perché ormonali dei nostri comportamenti e ci strappa, oltre a molti “sì, io sono proprio così!” anche qualche benefica risata!

Condito con molti aneddoti ispirati alla vita professionale dell’autrice, intrisi di racconti estrapolati da colloqui con amici e pazienti, questo è un saggio godibilissimo e di cui, personalmente, consiglio la lettura. Senza contare che ha una bellissima copertina. ROSA!

Il cervello delle donne
La copertina del libro

Mi piacerebbe sapere da voi, cari lettori, se questo libro vi incuriosisce, se fate anche voi fatica (specie gli uomini) a comprendere le donne, se pensate che un libro del genere possa essere utile o meno, se vi ispira, insomma… tutto quel che vi passa per la testa!

Voto in stelline: 3,5/5

La Dr.ssa Brizendine ha anche una pagina Facebook: puoi raggiungerla da qui.

Se volete acquistare il libro, vi lascio il link di Amazon qui.

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Laura.